L’Amore è una Terapia

Henri de Toulouse-Lautrec, Il bacio (1892), collezione privata

Tra acquitrini, torrenti, tentativi e incompetenti: piovono pillole mentre inseguiamo l’amore, sotto il ritmo dolce amaro di Andrea Lazlo De Simone.

Vivo ormai da un anno a Maastricht, una piccola città nel sud dei Paesi Bassi. Maastricht ha centoventimila abitanti, un fiume e un’università. Come il fiume i suoi studenti scorrono, vivono gli anni di passaggio dall’adolescenza alla vita adulta. Provengono da disparate parti dell’Europa o del mondo – detto tra noi, la quantità di tedeschi e di belga supera qualsiasi altra nazionalità, mettendo in grande difficoltà la percentuale internazionale, così vantata nelle statistiche universitarie. 

Fremono tra una festa e un esame, tra una scopata e un pianto, senza attaccarsi alle cose che gli ronzano intorno, senza fermarsi – la permanenza infatti è una cosa propria dei bacini, non delle acque rapide dei fiumi. Sono tutti studenti: i ragazzi della mia età vivono e respirano la stessa aria della biblioteca nei periodi di esame e si scontrano negli stessi locali il sabato sera. Le borracce vengono riempite allo stesso distributore e mentre cammino riconosco i profili di varie conoscenze, gocce che si muovono nella mia stessa direzione – chi più veloce, chi più lento. A Maastricht si parla inglese, e, nel linguaggio giovanile, per descrivere il processo di conoscenza, frequentazione, sesso e – raramente- relazione, si utilizza un termine unico: datingDating può significare svariate cose. Tra gli interpretatori meno rigorosi figura Dimitri, uno di quegli amici di cui hai bisogno durante il primo anno di università – intraprendente, popolare e falso. 

“I think you are still dating; even without a promise or without a ring. Dating is everything before a relationship, or everything after a relationship, if the two people… Well, you know; If they are really bonded, yeah yeah…” Lo ascolto, rido all’allusione finale. Due persone, come spiega lui, creano un bond (let. legame), e lo svolgersi nel tempo di questo legame, come un gomitolo lasciato cadere e rotolare raggiunge gli estremi del dating, fermandosi a un numero esiguo di metri da dove è stato lasciato scivolare – colpa la nostra giovane età. Dating, nel momento esatto di vita in cui mi trovo, non è altro che il lungo processo di ragazze e ragazzi che si incrociano, parlano e si scambiano le parti di tanto in tanto, dando il poco che basta l’uno all’altro per mantenersi in ricordo; venir sognati di lustro in lustro, guardarsi solo attraverso le increspature della prima tazza di caffè.  Nessuno dà il potere all’altro di ferirlo davvero: l’amore, se accade, è una controindicazione di un medicinale che prendi più per sicurezza. Chissà, forse quando le porte nel piccolo bilocale saranno sbarrate e l’aria viziata da anni di solitudine, potremo almeno giustificarci, “Guarda quante persone ho baciato, con quante ho parlato. Guarda quante pulsazioni del mio sangue sono state date ad altri, guarda quante fotografie; se sono finito qui da solo, davvero, non era colpa mia. Ci ho provato.” 

È vero; ci stiamo provando. Stiamo provando a conoscerci ma rimaniamo la generazione delle mascherine, dei social media, della paura e della debolezza. Siamo i figli del riscaldamento globale; viviamo in un mondo turbolento che continua a litigare. Le cannucce in carta rilasciano in un ogni sorso un costante senso di insicurezza – in una realtà creata da altri, per altri, cosa c’entriamo noi? 

Questa incertezza in cui siamo cresciuti ha nutrito problemi generazionali, ansie e difficoltà che l’ottimismo giovanile dei nostri genitori ha tenuto latente fino al momento di rottura. Tutti hanno uno psicologo. Tutti hanno diagnosi, tutti farmaci. Siamo deboli nello sguardo dei più grandi – ci serve un medicinale, un estraneo con gli occhialini rotondi, per stare meglio. Quanta insoddisfazione ragazzi: avete tutto! Il dating moderno, con la sua superficialità e inconsistenza, rappresenta l’estraneità che noi giovani adulti proviamo per un mondo così diverso da quello nei libri a copertina rigida di Gianni Rodari. La nostra relazione più continuativa è con lo psicologo – non ci vergogniamo ad ammetterlo. Siamo fragili, e un po’ è colpa nostra, un po’ no.

Vorrei conoscere un terapista bravo, che mi sappia aiutare. Lo vorrei più di un fidanzato, più dell’amore. Voglio stare meglio, ma non so se sono pronta ad ammettere ad una persona non è costretta a me dall’amore tutte le stronzate che ho fatto; i meccanismi che continuo a ripetere come un disco rotto, le avventure con persone decisamente sbagliate e il vittimismo travolgente che pervade ogni mia spiegazione. Inoltre si sa, le prime volte, quando parli con uno specialista, è tutto un conoscersi. Devi parlare di tutti i problemi che hai già avuto, rivangare il passato proprio come ai primi appuntamenti. Senza un drink, senza la promessa di un lieto fine dopo il racconto. Gli psicologi dovrebbero ringraziare il dating moderno; a forza di chiuderci in noi stessi e farci male a vicenda, gli paghiamo il mutuo.


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