L’unione fa la forza


Preparati ad un viaggio nella nightlife degli sfigati e mentre leggi ascolta la colonna sonora di questa storia!

Ci sono tre tipi di serate: adeguate, deludenti ed epiche. La vita notturna oltrepassati i diciotto, quando smette di essere un eccezionale modo di ribellarsi al volere degli adulti, diventa parte integrante della propria vita sociale.

Gestire la notte, la fatica, gli ambienti straripanti di persone, capire il proprio ruolo in serata; tutti strumenti che vanno sviluppati in fretta. Da un momento all’altro non si è più spettatori, ma parte integrante dei ragazzi e ragazze che camminano sui marciapiedi sporchi, con la nebbia mischiata al fumo delle loro sigarette – una carovana di nomadi senza dromedari, ma con biciclette distrutte e veli di profumo scadente. Se coppie o al massimo trii di avventurieri sono vento, scattanti e freschi, i gruppi di quattro o più persone sono muri. Occupano tutto il marciapiede: i membri marginali camminano sulla strada mentre gravitano attorno al nucleo, fulcro della conversazione gestito dalle carismatiche figure centrali.

Essere l’epicentro di un gruppo, sollevare con gioia la responsabilità di gestire l’organizzazione dagli altri… Che infinita noia! In un mondo dove ballare, uscire e distrarsi è una forma di lotta, di ribellione alla costante pressione lavorativa – dominata dalla “realizzazione personale” e dalle notifiche di Linkedin – loro decidono di lavorare anche dove l’unica cosa che conta è il rapporto con la libertà. Siete noiosi, gruppi! Avete stufato con i vostri innamoramenti interni, le dinamiche sfaldate e il vostro ego da comunità. Lasciate libero lo spazio sulla pista da ballo, lasciate noi outsider respirare.

Io e la Bea siamo molto cariche stasera: come ogni weekend lei, topolino di campagna, migra dal paesino isolato olandese dove lavora come ragazza alla pari da me, roditore della “grande città” dove studio. La routine del sabato è sempre la stessa: prendere la sua bici a noleggio, spiluccare vestiti nei mercatini/negozi dell’usato, bisticciare e poi ridere. La consecutio temporum dei nati sotto al segno dei Pesci. La sera, arrivate a casa, mi preparo per andare a lavorare come cameriera. Da sei mesi a questa parte il sabato e il venerdì sera esistono solo dopo le ventitré e trenta; quattro ore di piatti, sorrisi forzati e un ignoto odore dolciastro. Appena finisco di lavorare, sento le gambe pesanti come tronchi, a motivarmi è solo la consapevolezza che tra poco, finalmente, ballerò.

Tra una pedalata e l’altra, arrivo a casa e la Bea è pronta, bellissima. A vent’anni sei sempre in ritardo: l’alba della vita adulta è così tenue e soffocata da sembrare la morte di un tramonto. Solo adesso, partite per andare al locale, mentre le calze a rete si impigliano nel sellino, vedo una luce soffusa muoversi da lampione a lampione. Nella profonda nebbia seguiamo la nostra alba immaginaria, la promessa che per qualche ora nulla sarà più importante di noi. 

-Bea se non ti muovi ti strangolo- urlo, cercando di sovrastare il vento gelido, le ruote sgonfie e i pedali scricchiolanti. Penso non mi senta, la frangia scura si scuote.

– Sto andando. Madonna, Arianna calmati! – 

Dicevo, ci sono tre tipi di serate. Certe si mostrano subito per quello che sono, a partire dalle prime ore. Altre vengono rovinate improvvisamente: un pelato smascellante ti vomita addosso o il dj inizia a mettere reggaeton. La nostra serata inizia in modo burrascoso, con fretta, mascara sbavato e pipì a turno nel bagno enorme e vuoto (il mio famoso bagno comunista). Entriamo salendo le strette scalette nel solito locale: un centro sociale autogestito in una fabbrica abbandonata. Cinque euro per l’entrata e l’enorme sala chiesa della gioventù accoglie i fedeli con le sue navate laterali floride di maglioni colorati e luci psichedeliche.

Sento odore di cannabis e uomini sdraiati nel buio; ho scoperto cos’è la scabbia l’anno scorso, i minuscoli insettini che abitano tessuti e si spostano sulla pelle umana dopo un contatto prolungato. Quindi, in luoghi pubblici e dal livello igienico modesto io non mi siedo: mi basta ballare. Ho paura della scabbia come delle gravidanze: l’idea dell’invasione corporale di un estraneo, (figuriamoci pensante) mi fa venire i brividi. L’igiene non c’entra; tempo fa ho lasciato un mandarino per due mesi nella mia stanza, in attesa della sua metamorfosi. Ma il mio corpo è mio, punto. Non ho intenzione di ospitare animaletti o piccoli umani.

Eppure, ora vorrei essere incinta solo per avere un po’ più di spazio intorno. La pista da ballo è troppo piena: ci spingono. O meglio, gli uomini spingono e le ragazze stanno ferme. Vorrei muovermi, anche solo per scappare da un paio di persone che odio. Ci sono serate deludenti, e questa ne ha tutte le caratteristiche. Voglio andarmene, camminare sulle teste di tutta la gente che mi sovrasta, strappare i capelli puzzolenti della ragazza davanti a me ed usarli per pulire il soffitto incrostato. Nei paraggi ci sono i miei ex: uno stalker psicopatico e il gruppo di miei amici che lo giustificava. Mamma mia, i gruppi… Uno di loro mi ferma e mi chiede come sto. Commenta le mie storie su instagram, i miei testi. E’ un’iguana napoletana, di quelle con la lingua lunghissima. Ammaliano con il loro aspetto primitivo mentre ti rubano il portafoglio, sibilando piano. E’ ubriaco, vicino alla sua fidanzata. Lui fissa le mie calze a rete mentre lei sorride imbarazzata. Odio guardare una donna e pensare: poverina.

E’ ora di uscire dallo scoglio. E’ ora di nuotare lontano dall’iguana, lontano dalle donne-cozze e gli uomini viscidi come alghe. Obbligo la Bea a correre, a salire sul palco dietro al dj.

– Ari, non me la sento. Siamo davanti a sessanta persone, tutti ci possono vedere da qui-, Bea non vuole salire. Si ferma dietro allo scalino. Anche io ho paura, sento salire l’ansia pruriginosa dei primi appuntamenti. Le prendo la mano, sorrido: non deve sapere cosa provo davvero.

– Ne abbiamo bisogno Bea. Se non saliamo, non cambierà nulla.-

Forse sono egoista, di tanto in tanto. Penso solo al mio piacere, alla mia esistenza come fulcro di tutto. Ma adesso, mentre balliamo, occupiamo tutto lo spazio. Possiamo respirare aria fresca, la musica ci sostiene. Sono davanti a tutti: due ragazzi bellissimi al mio fianco e sento Bea come spina dorsale dietro di me, più nascosta dalla folla e quindi più felice. L’ex mi guarda dalla sotto al palco, cattivo. La sua rabbia la schifo; schivo gli sguardi, le boccate di fumo che sputa nella mia direzione. Dall’alto del palco, lo schiaccio con la punta dei camperos vintage e ruoto il piede, per spegnere la sua fiamma di invidia accesa.

l’unione fa la forza ma c’è un motivo se sul palco, in tanti, non ci si sta.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *