Città di Sabbia – La Tempesta

Guarda in alto, verso il cielo. La vedi la tempesta?

Prima di iniziare, anima questa storia con Molly Nilsson e la sua malinconica ode alla vita.

– Hai paura? – 

L’uomo mi guarda. Capelli aguzzi sulle spalle come bianche zanne, blazer sfondato e sorriso forzato. In mano ha dieci cartoncini colorati che distribuisce alle poche persone radunate fuori dal locale: la signora pantaloncini skinny e top verde acido, l’ingegnere new balance e figli, fedeli al suo fianco come piccoli funghi – un falso innocente, con Grinder tra le app nascoste del cellulare. 

La scritta PUB troneggia sulla facciata dell’edificio: sono appena le nove di sera e non c’è nessuno. In periferia la società si muove solo in momenti precisi del giorno: la mattina, il tardo pomeriggio e la sera dalle nove a mezzanotte. 

Ancora non conosco le regole e senza piani sono incappata in questo locale, seguendo le poche figure in movimento nel presto dopocena. Mentre camminavo verso le voci immaginavo la strada ringhiare ed io attenta ad ogni movimento, viso, piccolo dettaglio. Rimpiazzare la paura con l’ossessione, la presenza maniacale: sentire ogni parola urlata, vedere in ogni anfratto le insegne distrutte. Succede sempre nell’ansia di perdersi la forma delle cose fissando un’immagine dettata da quello che vogliamo vedere. Io voglio vedere un nemico in tutti, dai cani al guinzaglio ai loro padroni. L’occhio degli uomini è viscido: quando metto un vestito la gonna si allunga, impregnata di bava. L’occhio degli uomini non guarda, segue. 

– Ma no, si figuri. Io non ho paura – 

Ho ragione: la mia non è paura, è circospezione. Il problema sta nell’ espressione facciale truce che tende facilmente a ingobbirsi; si scurisce e piega come un foglio di alluminio. Per proteggere, viviamo e costruiamo muri con lo sguardo. Non aggrottare la fronte, ti spunteranno le rughe a trent’anni. Non avrai soldi per l’affitto, figurati per il botox.

Rilasso il viso, sorrido, prendo un buono. Entrando, un lungo corridoio di legno scuro modella lo spazio, dall’ampio ingresso ad un anfratto stretto. Ci sono fotografie, disegni e cartelloni: il pub festeggia i suoi quarant’anni. La scena continua, le porte si aprono e persona dopo persona il locale si riempie. Continuo a vigilare sul formicaio di tramezzini gratuiti e polo bianche; vivo nella pelle sudata sotto ai loro occhiali. 

Ho così paura di tradirmi: da un istante all’altro la verità sarà chiara a tutti! Abito due vie più in giù, ho un letto comodo e l’acqua corrente ma la realtà è che non ho nulla. Quante volte nella vita capita di vivere dove non si conosce nessuno? Nessuno: se morissi ora quanto tempo prima che mia madre lo venisse a sapere? Non ho piedi e non ho corpo, non ho nessuno. 

Eppure, esisto: bevo la birra sul marciapiede, un bambino mi sorride dal finestrino di una volvo grigia in movimento. Eppure, esisto! 

Il bambino segue le gocce di pioggia disfarsi nel primo vento autunnale, quando la successione rapida di macchine parcheggiate e alberi si interrompe di colpo.

– Ma che cazzo fa? Cosa stai facendo, sei completamente fuori? – 

Papà è arrabbiato: ancora non è chiaro il perché. Lui si sporge, calmo, le mani sul sedile del guidatore e il fiato caldo che inonda la spalla dell’uomo.

– Papà, cosa succede? – 

Cazzo lo sapevo che era senso unico – Torino è impossibile in bici. Ero a un secondo dal morire ascoltando “Felicità Puttana” dei The Giornalisti. Va bene schiantarsi, ma un minimo di dignità…

Papà ora sbuffa: – Ma no, niente amore. Una stupida in bici mi ha fatto quasi prendere l’ergastolo -, la vocina sottile fa capolino dal poggiatesta:

– Però era carina-

Sono in ritardo e mi sono persa. 

Non capisco se questa strada sia a senso unico…

– Muoviti cogliona! – 

Ok, rettifico: non è a senso unico. L’urbanista che ha ideato le piste ciclabili non era italiano: qui non ha senso, è come se parte della carreggiata fosse stata grattata e rimodellata con la creta, le linee storte e disconnesse che incespicano su tombini e buche.

Sono in ritardo, ma per cosa? Seguendo una decisione d’impulso, io e i Pietri (stesso nome ma diverso numero: Pietro 76 e Pietro 67) andiamo al cinema. L’aria elettrica, la musica interrotta: mi sta chiamando Pietro 67.

La tempesta si alza, sorretta da un palo premo il cellulare sull’orecchio, – Pronto? Mi senti? – foglie secche iniziano a vorticare, i lampioni tremolano nel crepuscolo: sta per arrivare. La sabbia scoglie i confini tra palazzi, portici e rami. Una nube densa, viva. Meglio spostarsi dal palo prima che sia troppo tardi.

I Pietri vivono insieme e dal loro balcone si vede il tribunale. Spesso la tempesta arriva anche lì, le sere gialle dove le mani si sporcano toccando le balaustre bianche che separano dal vuoto. La nube spesso interrompe i discorsi e le risate, scompiglia i riccioli neri di Pietro 76 e disperde nella notte il vapore bianco della Lost Mary, la svapo rosa all’uva di Pietro 67. 

– Dove sei? – sento poco, la sabbia ruvida gratta tra le dita e lo schermo.

– Cosa? -, – Sono qui… fuori…- stacco il cellulare dall’orecchio, gli occhi stretti che cercano una figura riconoscibile nel polverone che va alzandosi sempre più.

Interrompo la chiamata quando finalmente vedo un ragazzo alto piegato sul cellulare. Sarà lui. Corro controvento: le linee solide e frenetiche di sabbia come meridiani guidano lo sguardo nel buio, illuminate dalla luce dei lampioni. 

– Hai paura? – 

– Cosa? Chi sta parlando? – 

Risponde il fischio assordante di Torino, granelli impazziti che sfrigolano sui binari del tram tra le voci di passanti spaventati e tergicristalli scricchiolanti delle poche macchine in movimento. 

– Hai paura, vero? Lo sento, l’odore marcio di una che si accontenta per non osare, di una persona che rinuncia pur di non scontrarsi con la possibilità di fallire- 

Sono tra due semafori, sulle strisce pedonali. La figura umana che seguivo è scomparsa, adesso vedo solo sabbia; immensa e malata, la tempesta mi spoglia di qualsiasi risposta.

Sto immaginando tutto: non può essere vero. Tra la luce opaca e l’aria pesante piego leggermente il busto in avanti abbracciando il manubrio della bici. Manca il respiro: com’è arrivata, la tempesta fugge in fretta, ancorata alle rapide nuvole grigie che coprono il cielo.

– Raga non ci crederete! Prima quando ero fuori dal cinema, mentre attraversavo, ho sentito una voce… – finalmente li ho raggiunti; camminiamo verso l’entrata e guardo incredula l’asfalto tornare nero dopo le ultime folate.

– È la tempesta. A volte fa questo effetto – Pietro 76 ribadisce il suo punto con un mezzo sorriso, – Dopo un po’ ci fai l’abitudine. È quel momento della giornata dove, non saprei… ti scontri con quello che sei –

– Ma com’è possibile? Chi era quella voce e perché l’ho sentita solo io? – 

– Forse…-, inizia Pietro 67, – Eri tu a parlare – 

Non riesco a rispondere, sono troppo scossa. Non può essere successo a me, non è possibile. Siamo in Italia, cazzo! Non ha senso, una tempesta desertica vigilata da immortali montagne. Pietro 76 se ne accorge: – Ci farai l’abitudine, te lo prometto. Anzi, con il tempo inizierai ad amarla, la tempesta; ti renderai conto che non puoi farci niente: è lì che sta la sua forza – 

– Dicono che se la tempesta ti parla hai dei granelli incastrati in gola – tipo te li sta chiedendo, capito? Li rivuole indietro, parla per portarti ad aprire la bocca e farli uscire – Pietro 67 sospira, – Poi, vabbè, sono tutte leggende. Onestamente non ci capisco niente neanche io, credere a ‘ste puttanate esoteriche aiuta solo a non andare fuori di testa- 

Due ore dopo, il film è finito. Usciti dalla sala, Torino sembra uguale a prima. Non ci sono granelli tra i sanpietrini, foglie cadute; i passanti camminano tranquilli sotto ai portici. Ogni giorno, tutto accade e finisce nel giro di un quarto d’ora. 

È raro vivere una vita dove in un secondo potresti essere riportata alla realtà: foga animale, follia di routine. Una volontà divina, naturale prova dell’immensa limitatezza umana che scontra i bisogni moderni – dall’aperitivo alla spesa. La Città di Sabbia ridimensiona il posto che pensi di occupare in un mondo non tuo. Eppure, hai la sicurezza che in questo turbine di sabbia e vento, esisti. 


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